sabato 22 marzo 2008

L'Alba Del Minimetrò

Pubblicato su "Piacere Magazine" numero settembre 2007


La domanda che tutti si pongono oggi è: quando riusciremo a vedere all’opera questo tanto sospirato minimetrò, l’innovativo sistema di trasporto pubblico fortemente voluto dall’amministrazione comunale perugina che, secondo i suoi sostenitori, dovrebbe risolvere una volta per tutte l’annoso problema della congestione delle vie di accesso all’acropoli unendo i principali quartieri della nostra città? E, in seconda analisi, quali sono i costi definitivi che le casse comunali sono chiamate a sostenere?

Andiamo per ordine. Il progetto in questione, che una volta portato a compimento si ripromette di ridurre il traffico su gomma nonché l’alto tasso di inquinamento atmosferico (altra piaga della nostra città, basti pensare alla tanto criticata soluzione pro-tempore delle targhe alterne), doveva inizialmente vedere la luce entro il secondo semestre del 2006, stando almeno ai proclami della stessa azienda costruttrice, la Minimetrò s.p.a.. Successivamente, problemi strutturali evidentemente non previsti hanno consigliato di prolungare l’inaugurazione al giugno del 2007, mentre oggi si parla addirittura dei primi giorni del 2008, ma a questo punto ci andremo cauti nel definirla come data ultima.

I motivi per i quali non si è riusciti a rimanere al passo con i tempi sono diversi, dal continuo lievitare dei costi di produzione alle emissioni rumorose prodotte dal movimento delle carrozze, senza dimenticare i problemi strutturali legati allo “sconquassamento” subito da diversi quartieri perugini che non hanno mancato di far sentire la propria voce. Emblematica la protesta messa in atto dai cittadini di Case Bruciate, ma anche altri zone della città come via Alessi o via Magno Magnini hanno lamentato disagi dovuti a cedimenti improvvisi di strutture private o al cambiamento del senso di marcia di alcune arterie vitali per l’economia di singole attività commerciali. Le polemiche (immancabili, va detto, per ogni grande opera che viene realizzata a prescindere dalla validità o meno della stessa) sono così forti che si è addirittura costituito un comitato civico composto da oltre un migliaio di persone che, attraverso esposti ed iniziative legali, protesta per il caos prodotto dai vari cantieri aperti nonché per l’eccessivo rumore prodotto, peraltro difficilmente eliminabile in quanto le parapie che avrebbero dovuto risolvere il problema si sono dimostrate inadatte ad eliminare i rumori di un mezzo che, viaggiando su binari sospesi in aria, non può evidentemente contare sull’assorbimento di cui invece godono i mezzi che viaggiano a terra. E’ proprio quest’ultimo il problema che più severamente sta impegnando i tecnici della Leitner (il fornitore tecnologico), i quali tuttavia assicurano che prima dell’inaugurazione ufficiale ogni questione legata all’eccessiva rumorosità dell’opera sarà risolta: “Tutti gli interventi sono ispirati da un obiettivo condiviso tra la nostra società e il Comune di Perugia, per ottenere risultati non solo rispettosi dei limiti imposti dalla normativa, ma tali da migliorare la percezione delle emissioni acustiche lungo tutto il tracciato. In particolare in prossimità dei siti più sensibili e a più alta densità abitativa".
Un'altra questione delicata sono i costi complessivi che la realizzazione definitiva della struttura comporterà per le casse comunali: inizialmente quantificati attorno ai 71 milioni di euro, prelevati parzialmente da un fondo statale destinato alle aree depresse del paese (non sapevamo che Perugia fosse un’area depressa), sembra che oggi siano arrivati a toccare quota 105 milioni, grazie alle spese per la messa in sicurezza della struttura (circa 25 milioni) e agli oneri dovuti alle spese accessorie e ai mutui che il comune ha già iniziato a pagare nonostante il cantiere sia ancora aperto e l’opera non in funzione. E poiché parte di questi costi aggiuntivi saranno coperti da uno stanziamento di circa 14 milioni effettuato qualche mese fa da Stato e Regione, prelevati da un fondo destinato al completamento delle varie opere pubbliche umbre, viene da chiedersi quanto bisognerà attendere, a questo punto, per vedere ultimati i lavori riguardanti, ad esempio, l’aeroporto di Sant’Egidio, la Perugia-Ancona, il Nodo di Perugia. E inoltre: il costo del biglietto sarà di un euro a persona, stando a quanto è stato promesso dall’amministrazione comunale. Basterà questa cifra, tutto sommato modesta, a coprire i costi di gestione e il pagamento dei mutui accesi o si dovrà ricorrere a dei rincari negli anni successivi?

Ai posteri l’ardua sentenza.

T-Red, Chi Controlla I Controllori?

Pubblicato su "Piacere Magazine" numero marzo 2007


Per cominciare una domanda: qual è l’argomento principe che più appassiona, in questi ultimi tempi, giornali, addetti ai lavori e semplici cittadini di Perugia?

- Il minimetrò? Sbagliato.

- Il Perugia di Ginestra e Pinzan? Neanche.

- Il nuovo piano umbro della mobilità? Ancora acqua.

Trattasi invece dei T-Red: non stiamo parlando di dinosauri, tranquilli, bensì dei famosi o famigerati semafori-spia che l’amministrazione comunale perugina ha disseminato qua e la lungo il territorio con la speranza, dichiarata, di ridurre drasticamente l’alto numero di incidenti mortali (?) che si verificano lungo le strade del capoluogo. Dopo aver evidentemente dichiarato sconfitte le “rotatorie” che in questi ultimi anni era state piazzate un po’ ovunque con la convinzione (a nostro avviso fondata) di canalizzare il traffico meglio di quanto non avesse potuto fare un impianto semaforico, la Giunta Locchi cambia completamente indirizzo di riferimento puntando decisa su questi moderni vigili urbani pronti a comminare multe con più gusto e abilità di un ausiliare del traffico.
Una soluzione che, dati alla mano, ha generato non poche polemiche sia dal punto di vista dell’efficacia sia da quello delle modalità con cui è stata realizzata l’operazione “semafori sparamulte”: siamo ad esempio piuttosto perplessi circa il ruolo rivestito dalla società Citiesse di Como, ovvero l’azienda fornitrice degli impianti. Nella convenzione stipulata con il comune di Perugia si legge che dei 151 euro previsti dalla sanzione amministrativa ben 25 finiscono direttamente nelle casse della società privata, ossia oltre il 16%. Dati alla mano dunque, si può osservare come 1000 multe (quante auto passano davanti a quei semafori tutti i giorni?) inflitte dai solerti apparecchi fruttino alla società lombarda ben 25000 euro: davvero niente male. Siccome a pensar male si fa peccato ma il più delle volte ci si azzecca, noi ci chiediamo: è difficile immaginare che la società in questione abbia qualche interesse “supremo” a far sì che vengano comminate il maggior numero di multe possibili? In genere a garantire sull’efficienza di simili strumenti sono le stesse case produttrici, ma in questo caso è legittimo avere qualche dubbio sul totale disinteresse dell’azienda comasca? Tra l’altro per la fotografia che ci inchioda viene naturalmente utilizzata la tecnologia digitale, che non garantisce certo un’assoluta affidabilità. Per fortuna però, di recente la “percentuale privata” è stata sonoramente bocciata da un giudice di pace che ha in tal modo accolto uno dei tanti ricorsi presentati: speriamo che la Cassazione recepisca.
Vorremmo inoltre far notare che simili tecniche di gestione del traffico sono già state sperimentate e rigettate da diversi comuni italiani (ad esempio Ancona), mentre in altre città le amministrazioni locali sono letteralmente sommerse dalle proteste dei cittadini infuriati. Insomma, prima di imbarcarsi in simili avventure sarebbe consigliabile essere pienamente informati sui limiti e le conseguenze dei provvedimenti che si intendono attuare: errare è umano, si sa, ma perseverare…

Ritorno A Ghotam City

Pubblicato su "Piacere Magazine" numero gennaio-febbraio 2007



Per tutti coloro che ancora non lo sapessero, l’estate 2007 sarà ricordata dai posteri come l’anno zero della mobilità all’interno della città di Perugia: partita con la pianificazione del minimetro, che vedrà la luce proprio nel mese di giugno prossimo venturo, la rivoluzione del sistema dei trasporti si completerà con l’attuazione del nuovo P.U.M. (piano umbro della mobilità), recentemente approvato dal consiglio comunale dopo un lungo dibattito che ha visto coinvolti non solo gli addetti ai lavori ma anche semplici cittadini interessati all’evoluzione del progetto.

Ma che cosa prevede, in parole povere, la programmata riorganizzazione del trasporto urbano? E quali sono le sue finalità?

Per comprendere i motivi che, negli ultimi anni, hanno spinto gli amministratori del capoluogo a ricercare un nuovo riassetto del sistema di accesso alla città, bisogna anzitutto risalire alla morfologia stessa del territorio perugino, tanto astiosa ed impervia da rendere le sue strade strette e facilmente congestionabili: tant’è vero che proprio Perugia è tra le città che, nonostante le dimensioni piuttosto ridotte rispetto ad altri capoluoghi italiani, risulta tra le più colpite da inefficaci provvedimenti “una tantum” come le targhe alterne, volti a ridurre la quantità di inquinamento presente nell’aria che tutti i giorni respiriamo. Va ricordato infatti come siano proprio gli “stop and go”, costantemente ripetuti in situazione di traffico caotico, ad essere la causa primaria dell’immissione di sostanze inquinanti nell’atmosfera: partendo da questo sunto, semplice ma che pesa come un macigno sulla gestione della viabilità perugina, è facile immaginare come si sia reso necessario ricercare un piano alternativo al solo trasporto veicolare.

Il minimetro e più in generale il nuovo P.U.M. sono dunque la risposta della giunta presieduta dal sindaco Locchi ai problemi sopra citati, che come è facile intuire attendevano una soluzione in tempi rapidi. Non ci soffermeremo ora a disquisire sulla validità o meno delle decisioni prese, che potranno essere verificate solo dopo essere state pienamente attuate, ma ci soffermeremo invece su uno degli effetti prodotti dal nuovo piano della mobilità dell’assessore Chianella: la prevista restrizione costante degli orari di accesso alle zone a traffico limitato, con l’obbiettivo di arrivare alla loro chiusura totale. In parole povere si blinderà il centro storico, considerata la volontà dell’amministrazione di effettuare un giro di vite anche sul numero delle persone che oggi hanno diritto allo ZTL. Insomma: piaccia o no, tra qualche mese per andare in centro si dovrà utilizzare per forza il minimetro, la cui realizzazione ha prodotto costi superiori a quelli previsti e per questo sarà valorizzata al massimo.
Questo provvedimento, che sarà realizzato nell’arco di breve tempo, porterà a un completo sfollamento delle vie dell’acropoli, e se da un lato ne guadagnerà lo stato dell’aria (neanche tanto in realtà, considerando che le zone a traffico limitato sono naturalmente applicabili soltanto in alcune limitate aree della città), dall’altro saranno in tanti a rimetterci. A cominciare dai commercianti della zona, che vedranno calare il numero dei loro clienti a causa dei tempi di percorrenza senz’altro più lunghi e scomodi rispetto all’automobile; saranno i tanti giovani residenti in centro a perderci, che assisteranno a una drastica riduzione di “movimento” rispetto al passato; saranno le stesse famiglie della zona a restarne colpite, che baratteranno il loro posto macchina con una crescente sensazione d’insicurezza che si farà sentire specialmente nelle ore notturne, quando le vie del centro storico saranno presumibilmente popolate soltanto da spacciatori e tossicodipendenti che già oggi stazionano costantemente in zona.
Intendiamoci e ripetiamo: qualcosa andava fatto. Solo non ci sembra che, in questo caso particolare, sia stata presa la migliore delle decisioni possibili: premesso che la realizzazione definitiva è ancora in fase di completamento nei suoi dettagli, costatiamo che si andrà verso una de-qualificazione del centro storico della città, quando sarebbe a nostro avviso stato meglio colpire non la “quantità” delle automobili in entrata quanto la loro “qualità”. Ad esempio consentire l’accesso alle auto “euro 3 e 4”, che producono livelli di inquinamento insignificanti e i cui possessori stanno aumentando rapidamente. In realtà una proposta del genere è già al vaglio degli organi competenti, solo che è intesa diversamente e nell’ambito di una più generale restrizione.

Insomma, su questo tema diremo la nostra e, se sarà necessario, daremo battaglia: non certo per affogare i residenti in nuvole di smog che peraltro, ripetiamo, ci sarebbero lo stesso, ma per far sì che l’area più rappresentativa della città di Perugia continui ad essere comodamente fruibile anche per coloro che non abitano in centro o nelle sue vicinanze, ma che vogliono comunque continuare ad avere la voglia e la possibilità di andare “a fare un giretto in centro”.

Figli Delle Stelle

pubblicato su "Piacere Magazine" numero settembre-ottobre 2006


La nascita e la successiva evoluzione in Italia dei moderni locali da ballo e la conseguente formazione del cosiddetto “popolo della notte”, affondano le proprie radici nei gloriosi anni ’70 e si inseriscono in un contesto sociale giovanile in pieno fermento tra le contestazioni sessantottine e la spirale di violenza terroristica che caratterizza gli “anni di piombo”.
Fino ad allora infatti, gli spazi dedicati al ballo e alla musica erano pochi e piuttosto angusti, e comunque infinitamente lontani rispetto al moderno concetto di discoteca: basti pensare che gli orari di apertura oscillavano tra le 21 e la mezzanotte, ovvero si usciva dal locale in un’ora in cui oggi generalmente non si è ancora entrati! E non solo: i dj non erano naturalmente dotati dei moderni mixer o delle casse spia, per cui tra un pezzo e l’altro si avvertiva chiaramente lo stacco; la musica suonata era un mix di rock, lenti o, in alternativa, di liscio, e non la disco music che oggi conosciamo (chiamatela commerciale, house, techno o come vi pare); inoltre, erano molto pochi i dischi adatti allo scopo reperibili sul mercato, per cui i pochi fortunati erano richiestissimi e suscitavano l’invidia dei loro colleghi “più poveri”.

Nella stagione 1974-75 avviene un fatto che rappresenta un passaggio importante per l’avvento della nuova era musicale: nasce a Gabicce Monte la Baia degli Angeli, una discoteca che, proponendo un cocktail di luci, musica ed arredamento mai visti fino ad allora, si dimostrerà a posteriori essere il capostipite della moderna concezione di locale da ballo. Musica importata dall’America, chiusura alle sei di mattina, presenza dei migliori dj reperibili nel territorio (un nome su tutti: dj Mozart) e un variegato elenco di generi musicali diversi che spaziano dal rock al funky, al jazz, al soul, alla dance: una vera e propria rivoluzione culturale per le notti italiane, tant’è vero che nel giro di pochi anni cresceranno come funghi i locali ispirati a questa nuova concezione di discoteca, dapprima in riviera e nelle grandi città e successivamente a macchia d’olio su scala nazionale.
Anche in Umbria, come nel resto d’Italia, la situazione si evolve in modo lento ma inesorabile: dalle feste al parco di Lacugnana in quel di Perugia, che vedono il debutto di dj del calibro di Ralf e Sauro Cosimetti, si passa alla nascita dei primissimi locali da ballo intesi in senso moderno: tra la fine del 1978 e l’inizio del ’79 aprono le danze il Billo Odeon e l’Etoile 54, che propongono un mix musicale composto da sonorità d’importazione americana e reggae sulla scia del successo riscosso dal cantante afro Bob Marley. –“Per tutti noi giovani appassionati di disco music lavorare per una discoteca significava soprattutto avere la possibilità di entrare gratuitamente nel locale”- racconta Marco Lini, che nel 1985 diventa ufficialmente il P.R. dell’Etoile 54 aprendo di fatto la strada a questa nuova figura professionale –“e per dei veri squattrinati come eravamo noi a quell’epoca ciò era già di per sè una manna dal cielo”. Il 1985 è anche l’anno delle prime ballerine/i professioniste, con l’Etoile che annovera tra le sue file due autentiche celebrità del settore come Marilù e Nicolas (entrambi provenienti dalle discoteche di Riccione).
Con il boom degli anni ’90, la figura del P.R. e di tutte quelle in qualche modo connesse all’attività del locale da ballo diventeranno una vera e propria professione, perdendo in parte quell’entusiasmo che derivava dal fatto di collaborare per il solo gusto di esserci: la concorrenza tra discoteche è ormai spietata e ognuno si organizza al meglio per attirare il maggior numero di clienti possibile.

Questa è, raccontata molto in breve, la storia dei moderni locali da ballo: nelle pagine che seguono dunque, troverete le schede riassuntive e le immagini di alcune delle discoteche più importanti della regione, che con la loro incessante attività hanno fatto la storia del movimento dalla nascita fino ai giorni nostri. Aggiungiamo inoltre che, per ovvie ragioni di spazio, ci è stato impossibile citarle tutte: ci siamo limitati di conseguenza a citare solo quelle a nostro avviso più significative, tenendo ben presente però che anche le discoteche più piccole che non abbiamo potuto segnalarvi hanno rappresentato una tappa importante per la diffusione della disco-music in Umbria. Anche perché è soprattutto nei piccoli club che i più noti dj nostrani hanno potuto esercitare liberamente il loro talento quand’erano ancora degli illustri sconosciuti: d’altro canto si sa, anche la casa più grande è fatta di tanti piccoli mattoni…

Umbria Jazz Festival 2006

Pubblicato su "Piacere Magazine" numero luglio-agosto 2006


Torna il mese di luglio, torna l’estate e torna Umbria Jazz Festival, tradizionale e imperdibile appuntamento musicale che per 11 giorni e 11 notti riempirà di note e melodie i vicoli e le piazze dell’acropoli perugina. Una rassegna che quest’anno si presenta con un calendario tra i più ricchi e variegati di sempre, con un alternarsi di grandi nomi dello show business e artisti semi-sconosciuti per non perdere di vista le radici del jazz più ortodosso.

Come ogni anno, saranno quotidianamente in scena concerti gratuiti all’aria aperta lungo tutto il centro storico e piazza IV novembre, senza dimenticare il gradito ritorno del palcoscenico dei giardini Carducci (chiusi nella passata edizione a causa di alcuni lavori di restauro), allietati da non-stop musicali con tanto di degustazione di birra per accompagnare le note. Per tutti coloro che dal 7 al 16 luglio transiteranno per le vie di Corso Vannucci, ci sarà dunque la possibilità di ascoltare i più svariati artisti alcuni dei quali di assoluto valore musicale: dai cori gospel di Dr. Bobby Jones & The Nashville Super Choir agli inglesi The Ray Gelato Giants, una band che ricicla jump, jive e canzonette per divertire e divertirsi con il pubblico; da segnalare anche la marching’ band The New Wave Brass Band Of New Orleans, che propone una nuova formula di orchestra di strada, mentre l’Italia sarà rappresentata dai napoletani Tribunal Mist Jazz Band (un complesso formato da 20 professionisti tra cui avvocati, ingegneri e medici) e dai The Reverse, che propongono un mix di hip hop, funky metropolitano e manipolazioni da dj che tanto piaceranno ai più giovani.
Ma il meglio, purtroppo per gli spettatori, sarà naturalmente a pagamento: nelle stupende cornici offerte dai teatri Pavone e Morlacchi sfileranno alcuni tra i più importanti e rinomati puristi del jazz, mentre l’Arena del Santa Giuliana sarà destinata agli artisti più famosi in previsione dell’alta affluenza di pubblico. Qualche nome? Iniziamo con la bionda canadese Diana Krall, che aprirà le danze venerdì 7 luglio assieme al Trio Edmar Castaneda; il giorno successivo sarà la volta di Eric Clapton, icona del rock degli ultimi 40 anni, che alle 21,30 terrà il suo concerto assieme al bluesmen Robert Cray. Domenica 9 luglio sarà di scena il cantante napoletano Pino Daniele, mentre sabato 15 toccherà all’intramontabile James Brown deliziare il pubblico del Santa Giuliana.
Chiusura con il classico “botto” prevista infine per lunedì 17 luglio, quando sarà di scena nientemeno che Carlos Santana, altra icona della chitarra, inventore di una via latina al rock che risale ai tempi di Woodstock. Non è la prima volta in realtà che l’artista si esibisce al Festival umbro: gli appassionati ricorderanno infatti la sua partecipazione all’edizione del 1988 assieme a Wayne Shorter e a un gruppo di fusion. Per avere Santana gli organizzatori hanno posticipato di un giorno la chiusura di Umbria Jazz: sarebbe un delitto non approfittarne.

Insomma, ci sono mille buoni motivi per transitare dalle parti di Perugia nella settimana dedicata alla musica: Umbria Jazz è ormai una vera e propria istituzione nel campo jazz, rock, pop e soul. Una fama riaffermata anche dall’agenda internazionale della manifestazione, che è un vero e proprio corollario di appuntamenti e impegni sociali: ne sono la prova il recente viaggio promozionale a New York, nel cuore di Manatthan, dove oltre all’esportazione di musica nostrana e prodotti agroalimentari è stato insignito di una laurea ad honorem lo stesso presidente della manifestazione, Renzo Arbore; il tour australiano previsto per l’anno venturo con destinazione Melbourne, per la partecipazione alla seconda edizione del festival internazionale; il progetto di solidarietà per New Orleans e le vittime dell’uragano Katrina, con la vendita di esclusive felpe il cui ricavato è stato e sarà devoluto al sostegno di nuclei familiari particolarmente colpiti dal disastro naturale; l’anteprima stessa dell’edizione di Umbria Jazz festival 2006, che prevede per giovedì 6 luglio, in collaborazione ancora con l’Università degli Stranieri, un concerto in favore dell’Africa a cui prenderà parte uno degli artisti africani più affermati e acclamati del momento, Mory Kante’. L’artista in questione è famoso per i suoi virtuosismi di kora, uno strumento con 25 corde che è una sorta di liuto africano dalle diverse sfumature. Mory Kante’ è famoso in tutto il mondo per essere ambasciatore della FAO, cantante, musicista, compositore e uomo socialmente impegnato in favore dello sviluppo del continente nero. In relazione di tutto ciò, è dunque obbligatorio per qualunque appassionato di buona musica prendere parte ad Umbria Jazz Festival 2006: per la musica appunto, ma anche per la gente, per l’atmosfera, per i colori, per tante altre buone ragioni che potrete scoprire soltanto percorrendo gli splendidi vicoli e le piazze del capoluogo umbro nelle torride giornate di luglio.



Intervista A Renzo Arbore

Per raccontarvi la lunga carriera di Renzo Arbore dovremmo impegnare uno spazio della rivista ben più ampio di quello che ci è invece concesso. Cantante, musicista, compositore, attore, talent-scout… il presidente “ad honorem” di Umbria Jazz è tutto questo e molto di più: è il vero ambasciatore all’estero delle tradizioni musicali del nostro paese, colui che per primo ha esportato i suoni e le melodie italiane facendole conoscere e apprezzare anche a chi prima di allora non vi era mai entrato in contatto.


D: La sua carriera è un costante tour in giro per il mondo: Stati Uniti, Inghilterra, Australia, Canada, Russia, Brasile, Colombia, Giappone… qual è la molla che l’ha spinta a viaggiare tanto?
R: La molla va ricercata nelle mie origini provinciali. Infatti, da buon provinciale, la costante sete di conoscenza mi ha portato ad apprezzare la musica in ogni sua forma: è per questo che iniziai sin da piccolo a girare l’Italia e poi, dopo aver ottenuto il successo a livello nazionale, decisi di ampliare i miei orizzonti esportando la mia musica in giro per il mondo ed entrando in tal modo in contatto con stili e suoni diversi. Senza dimenticare la mia passione per i viaggi, senza la quale non avrei mai potuto spingermi così lontano.

D: Lei è stato l’unico artista italiano ad esibirsi nella celebre Piazza Rossa di Mosca: cos’ha portato con sé di quell’esperienza?
R: Fu un’emozione davvero incredibile. Ricordo che era il primo concerto di musica pop dopo la fine del comunismo, e nonostante la pioggia incessante fu davvero uno spettacolo vedere i russi impazzire per le canzoni napoletane: la dimostrazione di quanto le melodie nostrane colpiscano e conquistino il pubblico straniero.

D: La sua carriera è iniziata con i programmi radiofonici ed in seguito è approdato al grande schermo: meglio la radio o la tv?
R: Bèh, la radio è allo stesso tempo più antica e più moderna della tv: è agile, il suo ascolto ti permette di guidare, studiare, mangiare, fare più cose allo stesso tempo. È adatta ad un pubblico dinamico, quello che non vuole sedersi per seguire un programma.

D: In una passata intervista lei ha detto”la tv è in crisi, ma non tutto è perduto”: qual è la ricetta?
R: La ricetta è nella tv satellitare: è auspicabile che essa non si adegui ai canoni della televisione commerciale, ostaggio dell’indice di ascolto. Anzi, credo proprio che al contrario mirerà a privilegiare i contenuti piuttosto che a proporre programmi con alto “share” ma qualitativamente scadenti: il massimo sarebbe quello di riuscire a far coincidere i gusti della maggioranza con quelli della minoranza, creare il giusto mix da offrire al più vasto pubblico possibile.

D: Quand’è nato il suo amore per il jazz?
R: Quando avevo dieci anni e sentivo le musiche importate dai soldati americani durante la seconda guerra mondiale. Quattro anni più tardi poi, me ne innamorai definitivamente decidendo di imparare a suonare il clarinetto per approfondire meglio l’argomento.

D: Come giudica il jazz italiano?
R: Assolutamente straordinario. Strumentisti e musicisti italiani sono ormai diventati bravissimi, eccellono in genio e inventiva e possono essere considerati secondi soltanto rispetto ai colleghi americani.

D: Quali sono le musiche che influenzano il jazz nostrano?
R: Il jazz italiano è naturalmente influenzato dalla nostra eredità musicale: le melodie, le canzoni, i cantautori che fanno parte dell’immenso patrimonio artistico nostrano e che hanno accompagnato con le loro note generazioni di italiani sono fonte di ispirazione costante per i nuovi talenti di casa. Mi riferisco a Modugno, Battisti, Morandi, Dalla, Baglioni, Vasco Rossi: un retaggio culturale pop di primissimo livello.

D: Quali sono gli ostacoli più difficili da superare per un aspirante jazzista italiano e quale consiglio si sentirebbe di dare a un neofita?
R: L’ostacolo primo è fondamentalmente il denaro, i giovani si trovano spesso a doversi esibire in luoghi piccoli e angusti riservati esclusivamente ad un pubblico d’elite: in questo modo è difficile riuscire ad emergere come invece molti meriterebbero. Un consiglio? Gli direi senza dubbio di ricercare una via italiana di approdo al jazz, senza per forza sentirsi in dovere di scimmiottare gli artisti stranieri.

D: Com’è entrato in contatto con Umbria Jazz?
R: Seguo il festival sin dagli albori, quando assieme alla prima infornata di appassionati si partiva da Roma a bordo della “mitica” 500. Ho praticamente preso parte a tutte le edizioni, anche esibendomi in compagnia di artisti del calibro di Lucio Dalla: diciamo che sono diventato presidente per meriti acquisiti sul campo!

D: Qual è il suo rapporto con Perugia e i perugini?
R: Io amo moltissimo Perugia. È una meravigliosa oasi di cultura, civiltà e simpatia praticamente unica in Italia; posso dire inoltre di vantare uno splendido rapporto con i suoi abitanti, con i quali ho legato sin dal primo momento. Tuttavia, se devo muovere una critica, mi rammarica che anche a Perugia come altrove ci sia quella provincialità concorrenziale tra gli stessi perugini che porta spesso a creare polemiche in occasione di appuntamenti particolari: ne sono la prova le critiche che annualmente deve subire la stessa Umbria Jazz, critiche create ad arte senza tener conto del prestigio che tale manifestazione porta con sé.

D: Come giudica il programma del Festival di quest’anno e quali sono gli appuntamenti da non perdere?
R: Non fatemi citare un evento particolare, rischierei di screditarne altri! Posso invece dire che quest’anno sono molti i motivi per vivere il Festival: da Diane Krall a Eric Clapton, per non parlare dell’immenso Santana. L’idea portante della manifestazione è quella di risultare propedeutica anche per i non appassionati di jazz, di creare un grande calderone di gospel, pop, blues e rock in grado di attirare anche gli amanti di altri generi musicali. D’altro canto, spesso il confine tra i vari “suoni” è più sottile di quanto si possa immaginare: basti pensare a Frank Sinatra, che non fu mai un vero e proprio “jazzista” in carriera, ma la cui arte risultò talmente nobile e raffinata che fu sempre considerato come tale.

L'Ambasciatore Italiano

Pubblicato su "Piacere Magazine" numero maggio-giugno 2006


La storia della passione degli stranieri per la città di Perugia ha radici profonde, le cui origini vanno ricercate addirittura nel Medioevo. Risale infatti al 1321 una bolla papale con la quale Giovanni XXII concede all’università perugina la possibilità di addottorare i diversi popoli presenti nell’area in Arti e Medicina, sancendo una supremazia nella qualità dell’insegnamento provata tra l’altro dalla oggettiva difficoltà di raggiungere l’antica Perusia a causa della impervia morfologia del suo territorio. È di 18 anni più tardi, inoltre, un altro documento significativo, riportante i nomi di studenti “teotonici, de Ispania, de Boemia, de Anglia et Avinionis” presenti nelle aule perugine, a conferma della predisposizione del capoluogo umbro alla diffusione di cultura già in epoche antiche. Nello stesso Ateneo è tutt’oggi conservato un bassorilievo risalente al ‘400, che raffigura una lezione impartita ad alcuni studenti stranieri.

In tempi più recenti, la storia dell’Università degli Stranieri di Perugia risale invece all’anno 1921, quando un avvocato umbro di nome Astorre Lupattelli decise d’istituire in città dei corsi volti alla conoscenza della storia dell’Umbria e delle sue bellezze artistiche e paesaggistiche: la sua attività non sfuggì all’occhio della propaganda fascista del tempo, che attraverso il Regio Decreto del 29 ottobre 1925 istituì ufficialmente l’Ateneo allo scopo di valorizzare e diffondere nel mondo la cultura e l’arte italiana. Inizialmente, a causa dell’assenza di una propria sede, i corsi si tennero nelle aule dell’Università degli Studi di Perugia e nella Sala dei Notari di Palazzo dei Priori, ma nel 1927 il conte Romeo Gallenga-Stuart, attraverso una donazione, cedette a Lupattelli lo splendido palazzo di famiglia di cui ancor oggi porta il nome, che divenne così la sede ufficiale dell’Ateneo. Quattro anni più tardi il Palazzo in questione, già dimora della nobile famiglia Antinori che ne aveva commissionato il progetto all’architetto romano Francesco Bianchi nel lontano 1740, venne definitivamente completato nella facciata posteriore grazie alla generosa donazione di uno studente americano venuto in città a frequentare i corsi, che permise di costruire una nuova sezione comprendente diverse aule nonché la stessa Aula Magna.
Nel corso degli anni successivi il complesso immobiliare a disposizione dell’Università si è arricchito con l’acquisizione delle palazzine Prosciutti, Lupattelli, Orvieto e Valitutti (situate nel cuore della città) oltre alla prestigiosa Villa La Colombella, storica residenza patrizia che sorge nella periferia perugina. La legge 204 del 17 febbraio 1992 sancisce definitivamente il passaggio dell’Ateneo da Istituto Statale ad ordinamento speciale a vera e propria università, di cui fanno parte la Facoltà di Lingua e Cultura Italiana e i Dipartimenti di Scienze del Linguaggio e di Culture Comparate.

Oggi l’Università degli Stranieri di Perugia ha raggiunto un livello di credibilità nel panorama culturale mondiale praticamente assoluto, come testimoniano i quasi 300.000 studenti che si sono via via succeduti tra i banchi delle sue aule e soprattutto la fitta rete di relazioni internazionali che l’Ateneo ha tessuto nel corso degli anni grazie alla riconosciuta unicità e avanguardia dei suoi programmi: essa partecipa infatti ai corsi d’interscambio europei Erasmus e Leonardo ed è sede designata dall’Unione Europea dei corsi EILE, volti all’integrazione culturale, sociale e linguistica degli studenti comunitari nel sistema universitario italiano; ha inoltre un ruolo primario nell’ambito del progetto CRUI “Marco Polo”, che mira all’adattamento linguistico degli studenti cinesi che vivono in Italia. Nel campo dell’alta formazione e della ricerca, l’Università ha recentemente stipulato accordi con l’Indian Institute of Technology di New Delhi, allo scopo di creare una collaborazione nell’insegnamento della gestione delle risorse idriche e nella prevenzione di catastrofi naturali; analoghi intendimenti sono in corso di definizione con gli istituti di ricerca di Thailandia e Sri Lanka, paesi che di recente hanno visto l’Ateneo perugino in prima fila nel coordinamento nazionale delle università italiane per il settore della cooperazione, la cui struttura ha compiuto diverse missioni nel sud-est asiatico a seguito dello tsunami che ha colpito la regione nel dicembre 2004. Sono in tutto più di 80 gli accordi per il sostegno e l’interscambio studentesco stipulati dalla “Stranieri” con apparati culturali di tutto il mondo, senza contare il raccordo privilegiato che la stessa intrattiene con le sedi diplomatiche, gli Istituti italiani di Cultura, le Camere di commercio italiane all’estero e i dipartimenti di italianistica di numerosi atenei internazionali. Le numerose relazioni che l’Ateneo intrattiene con le varie istituzioni hanno fatto sì che la sua fama accrescesse notevolmente nel corso degli anni, e nell’anno accademico 2004-05 risultano partecipanti ai corsi ben 5353 studenti, tra cui 710 statunitensi, 455 cinesi, 404 tedeschi e 121 australiani; le aree geograficamente più rappresentate sono quelle europee ed asiatiche, che assieme contano oltre 3200 iscritti.
Attualmente sono in corso le celebrazioni per gli 80 di vita dell’Università, ricorrenza che ha visto e vedrà i massimi rappresentanti dell’Ateneo realizzare una mostra itinerante dal significativo titolo “80 anni di Italia nel mondo” che toccherà alcune delle capitali più importanti del pianeta, tra cui Pechino e Atene. Un diario di immagini, documenti, filmati inediti e quant’altro appositamente allestiti per l’evento riproporrà in chiave multimediale la gloriosa storia della “Stranieri”, il tutto accompagnato da workshop e momenti di scambio e di produzione artistica al fine di esportare la propria esperienza decennale e fungere da punto d’incontro e dialogo. La prima tappa, svoltasi a fine marzo, ha visto giungere le celebrazioni sino a New York City, dove in una cerimonia solenne presieduta dal Magnifico Direttore dell’Università professoressa Stefania Giannini, dal preside della facoltà di Lingua e Cultura Italiana dell’Ateneo professor Roberto Fedi nonché da una rappresentanza del corpo docenti, è stata conferita ad honorem all’artista pugliese Renzo Arbore una Laurea in Comunicazione sociale e pubblicitaria, in considerazione della sua lungimiranza in favore della diffusione della cultura musicale, radiofonica e televisiva italiana. L’evento, a cui hanno preso parte numerose eminenze del mondo accademico ed istituzionale statunitense, si è tenuto all’Istituto Italiano di Cultura di New York e ha visto il docente di Storia della musica italiana dell’Ateneo professor Stefano Ragni illustrare le motivazioni del riconoscimento attraverso una laudatio.

Questa è, raccontata in breve, la storia dell’Università degli Stranieri di Perugia: una istituzione che ha fatto della sua “specificità” una bandiera, proponendosi da un lato come specchio di una civiltà e dall’altro quale punto d’incontro e di dialogo tra i vari popoli della terra, allo scopo di educare i propri iscritti all’interscambio culturale in un clima di massima armonia. Perché, come ebbe a dire uno studente polacco del 1929 di nome Richard Maron, “essa mira ancora allo scopo di infondere nella mente di ciascuno dei suoi ospiti la stima per la verità e l’amore della bellezza…”.

Miti E Misteri Dell'Umbria

Pubblicato su "Piacere Magazine" numero marzo-aprile 2006

“In fila per due, più o meno in forma di plotone, verrebbero giù dalla scalinata. Pare che l’apparizione contenga elementi particolarmente tenebrosi, perché le figure umane mostrerebbero occhiaie vuote ed immagini scheletriche”. Stralcio tratto da un lavoro dell’indiscusso re dell’horror della letteratura mondiale Stephen King? No. Trattasi più semplicemente del resoconto di una ricerca effettuata da un gruppo di appassionati al castello di Macereto, località Tavernelle (Perugia): pare infatti che questo antico maniero, oggi nascosto all’occhio dei curiosi dalla famiglia proprietaria, sul finire degli anni ’70 sia stato al centro di numerose apparizioni spettrali, tra cui si distingueva chiaramente una soldatesca in abiti medievali scendere la scalinata principale.

Dall’atlante mondiale del soprannaturale (Derek e Julia Parker): “Apparizione = l’apparizione inspiegabile o la sensazione di sentire una persona, un animale o una cosa che non appartiene alle tre dimensioni normali o che non si conforma alla realtà così come noi la concepiamo”.

Nascosti molto spesso dalla natura che li circonda quasi a proteggerli, nella nostra regione sono sparsi qua e là decine e decine di luoghi accompagnati da strane leggende e racconti soprannaturali di fantasmi o creature aliene che saltuariamente fanno la loro comparsa sul territorio: posti misteriosi, “magici”, in cui può capitare a volte che, per suggestione o per chissà cosa, si avvertano o si creda di avvertire fenomeni che sfuggono al pensiero razionale con cui l’uomo di oggi è fatalmente abituato a convivere. Retaggi di antiche superstizioni, leggende, spiriti inquieti e miracoli divini: la millenaria storia dell’Umbria, culla della civiltà italica grazie alla presenza del popolo etrusco, può vantare un’ampia casistica in materia, dai fantasmi di Città della Pieve (ai confini con la Toscana) a quelli di Palazzo Congiunti presso Monteleone di Spoleto, passando per Assisi, Perugia, Foligno, Gubbio, Narni Orvieto e Terni. Ogni città o borgo della nostra regione ha una sua storia da raccontare, e a volte il limite tra credenza e realtà può risultare straordinariamente sottile.

E quindi, travestiti da moderni Ghostbusters armati di macchina fotografica anziché degli ingombranti zainetti di plutonio, abbiamo fatto una piccola ricerca sul territorio e ci siamo messi a caccia di leggende e di fantasmi, nella speranza di assistere almeno una volta ad un fenomeno paranormale. Se ci siamo riusciti o no, lo scoprirete soltanto leggendo le pagine che seguono. Una cosa tuttavia possiamo anticiparvela subito: spettri o no, che brividi! Lungo il nostro viaggio abbiamo incontrato di tutto, persino un presunto messaggio proveniente… da un altro pianeta. Non ci credete? Avanti allora, seguiteci…




LUOGO
: Lago Aiso
DATA DI ORIGINE
: Imprecisata
DOVE
: dintorni di Bevagna
MISTERO
: un’antica leggenda, risalente al rinascimento, racconta le particolari modalità dell’origine di questo laghetto.


Percorrendo la famosa “strada del Sagrantino” si arriva ad un’anonima località del folignate, Capro, distante appena un paio di chilometri da Bevagna. Inoltrandosi lungo una stradina che conduce in aperta campagna, dove immense distese di campi fanno da cornice al suggestivo panorama di cui i nostri occhi hanno potuto godere, un cartello sulla sinistra avverte i visitatori di essere giunti a destinazione: “lago Aiso”, sito d’interesse Comunitario e per questo sottoposto a vincoli paesaggistici. Perfettamente circolare, il laghetto è circondato da una recinzione in legno di buona fattura e da alti e robusti alberi che d’estate concedono ampio riparo dagli infuocati raggi del sole. La leggenda che accompagna la nascita di questo splendido capolavoro naturale vuole che anticamente qui sorgesse l’abitazione d’un certo Chiarò, noto ai suoi concittadini per essere un uomo avaro e molto cattivo. Sfidando una tradizione consolidata nei secoli (che si tramanda ancora oggi), egli volle trebbiare il suo grano il giorno di sant’Anna e per questo fu punito dalla Provvidenza: un’improvvisa ondata di piena sommerse lui e la sua casa, che sprofondò creando quello che oggi è appunto conosciuto come lago Aiso (o Abisso). Sua moglie tentò di fuggire scappando a valle tenendo in braccio il figlioletto, ma un rivolo d’acqua li seguì sommergendo anche loro andando a formare un altro laghetto dalle identiche caratteristiche, l’Aisillo.

Noi non sappiamo se il fantasma dell’empio Chiarò si aggiri ancora oggi qui attorno, ma leggenda o no l’Aiso una caratteristica assolutamente singolare ce l’ha di sicuro: il suo diametro misura appena 30 metri ma la profondità, stando al cartello di poc’anzi, è di ben 15 (e c’è chi giura che siano anche di più). Ci sarebbe voluto qualcuno che si gettasse in acqua per verificare l’attendibilità del racconto, ma purtroppo non abbiamo trovato nessuno che si sia offerto volontario: spero non ce ne vorrete, non è neanche la stagione adatta.


LUOGO: castello di Rosciano
DATA DI ORIGINE: X-XI secolo
DOVE: Torgiano
MISTERO: Numerose le leggende, tra cui spiccano la presenza di ben tre fantasmi e di un mitologico tesoro nascosto

Più che la morte poté l’amore. Se a qualcuno venisse in mente di scrivere un libro sulla lunga e appassionante storia del castello di Rosciano, questo titolo calzerebbe alla perfezione: è stato proprio l’amore dei coniugi Granocchia, gli attuali proprietari, a salvarlo da morte certa, ridotto fino a pochi anni fa ad un cumulo di macerie abbandonate. Oggi il paziente restauro è quasi completato e il risultato di tanta dedizione è senza dubbio degno di lode: l’ambientazione medievale interna e la posizione geografica isolata fanno di questo castello un luogo senza dubbio da visitare, non fosse altro che per lo splendido panorama che si gode da quassù.

Introdotti dalla proprietaria che, dopo averci accolti con tutti gli onori, ci ha raccontato la vita tra queste mura nel corso dei secoli, ci siamo aggirati affascinati tra le immense stanze completamente restaurate, all’interno delle quali pare ancora di avvertire l’eco della storia che fu; la castellana ci ha informato che alcune testimonianze hanno rivelato la presenza di ben tre fantasmi, che a volte si aggirerebbero ancora mostrandosi solo agli occhi degli ospiti da loro prescelti. C’è lo spirito del nobile Tancredo, qui vissuto nel XIII secolo e a cui viene sempre lasciato un posto a tavola e c’è quello dello “zio”, un frate benedettino che si mostra a chi va per i boschi a caccia o in cerca di funghi. Ma soprattutto c’è lo spirito della Dama della Torre, eternamente segregata nella sua stanza in attesa del ritorno del suo amato dalle Crociate in Terrasanta. Ci è stato inoltre detto che da tempo immemore decine e decine di persone, sfidando le paure per alcune misteriose apparizioni, si sono invano lungamente dedicate alla ricerca di un favoloso tesoro in oro massiccio, rappresentante un chioccia con sette pulcini. La credenza pare piuttosto dura a morire, se è vero che ancora oggi qualcuno è convinto dell’esistenza di questo mitico gioiello.
Dal canto nostro ci siamo limitati ad osservare e fotografare tutto ciò che catturava la nostra attenzione, senza rilevare nessuna presenza inquietante o fenomeno paranormale. La sorpresa però ci attendeva qualche giorno dopo, allorché osservando al computer le foto scattate ci siamo accorti di un… insolito particolare, che potrete voi stessi osservare e giudicare nell’ingrandimento che vi riproponiamo. L’immagine non è stata naturalmente ritoccata in nessun modo, e vi preghiamo di notare come la stanza sia nascosta ai raggi del sole impedendo di fatto eventuali giochi di luce. Ad ognuno di voi il suo giudizio…


LUOGO: Sant’Egidio
DATA DI ORIGINE: 2004
DOVE: Sant’Egidio (comune di Perugia)
MISTERO: cerchi nel grano

Il fenomeno che gli inglesi chiamano “crop circles” è relativamente nuovo rispetto ai tradizionali avvistamenti di extra-terrestri di cui è ricchissima la cronaca mondiale nel corso dei secoli. Le prime testimonianze a riguardo sono infatti relative alla seconda metà degli anni 60, quando sui campi di grano dell’Inghilterra apparvero misteriosi simboli che nessuno fu in grado di spiegare. Dapprima si mostrarono come semplici sfere perfettamente circolari sulle quali veniva spesso registrato un campo di energia anomalo rispetto a quello naturale; in seguito le figure disegnate assunsero caratteri sempre più complessi ed elaborati, in certi casi così perfettamente delineati che si faticava a credere potesse essere opera dell’uomo. Attualmente gli avvistamenti continuano con cadenza regolare e provengono da ogni latitudine del mondo, e nel suo piccolo anche la nostra regione ha dato in questi anni il suo onesto contributo alla causa: fenomeni del genere sono stati segnalati ad esempio nella provincia di Corciano e a San Biagio della Valle.

Noi siamo stati a Sant’Egidio, dove nel giugno del 2004 su un campo d’orzo di fronte all’aeroporto apparve un ovale lungo circa 130 metri e largo 35, all’interno del quale gli esperti intervenuti (tra cui l’ufologa romana Loredana Longo) rinvennero tratti della scrittura cuneiforme di assiri e babilonesi. Pare che questi disegni furono scoperti dagli abitanti della zona nelle prime ore del mattino, al termine di una notte agitata a causa di un violento temporale.
Oggi su quel campo non v’è naturalmente più alcuna traccia del fenomeno, di conseguenza non ci è stato possibile compiere un’analisi più approfondita. Ci limitiamo quindi a riportare il pensiero di alcuni Santegidiesi ai quali abbiamo chiesto un parere in merito alla vicenda riscontrando che, nella maggioranza dei casi, sono apparsi piuttosto inclini a qualificare l’evento come lo scherzo di qualche buontempone.


LUOGO: Castel d’Arno
DATA DI ORIGINE: IX-X secolo
DOVE: Pianello (comune di Perugia)
MISTERO: un inquietante giardino

Prima di raccontarvi della nostra incursione fra le mura di questo antichissimo maniero (pare che la collina su cui sorge fosse abitata sin dai tempi dell’antica Roma), è bene fare un salto all’indietro nel tempo e tornare ai primi anni dell’epoca rinascimentale, più esattamente all’anno 1586. E’ in questa data infatti che tal Francesco Alfani, rampollo di nobile stirpe espulso dalla città di Perugia a causa dei numerosi delitti commessi, decise di stabilirsi nel palazzo di Castel d’Arno, considerando ideale la sua posizione geografica per eventuali fughe verso zone non controllate dal comune perugino. Qui egli ebbe modo di compiere, assieme ai suoi loschi compagni, ogni genere di angheria e sciacallaggio possibili, tanto che sono numerosissime le leggende che la tradizione orale pianellese si tramanda da secoli sulle “imprese” di questi banditi. E ne fecero davvero di cotte e di crude, se è vero che al solo Francesco furono in seguito attribuiti oltre 70 omicidi, tralasciando stupri, rapine e cose di questo genere. In particolare, si ritiene ch’egli abbia seppellito ancora vivi decine di poveri malcapitati all’interno dell’ampio giardino di sua proprietà, sito proprio a fianco del palazzo in cui risiedeva. Un vecchio racconto popolare, oggi quasi dimenticato, narra che nei secoli successivi a questi macabri fatti furono in molte le persone che asserirono di aver udito provenire dal parco strane voci che disperatamente imploravano aiuto.

Con una simile premessa una visita quassù non potevamo non farla, sfidando tra l’altro la ripida salita che conduce al castello (345 metri s.l.m.), ma in verità non abbiamo udito nessun’altra voce all’infuori di quella dei muratori che lavoravano a poca distanza da noi; d’altra parte, se la leggenda è praticamente caduta in disuso, significa che da tempo nessuno registra più nulla di “anomalo” da queste parti. Ci ha fatto tuttavia un certo effetto l’idea che sotto i nostri piedi giacessero ancora i resti degli uomini e delle donne qui sepolti, le cui mani e le cui unghie sono probabilmente ancora sporche della terra che invano speravano di poter scavare. Persone decedute dopo una lenta ed atroce agonia, a cui la morte non ha concesso neanche l’onore della memoria. E forse è soprattutto questo ciò che lamentavano i loro spiriti.


LUOGO: Castello di Badia
DATA DI ORIGINE: Imprecisata
DOVE: Valfabbrica
MISTERO: strani ritrovamenti

Più noto come castello di Saba, dal nome dell’imprenditore che 30-40 anni fa acquistò il terreno su cui sorgeva un antichissimo castello ormai in rovina radendolo al suolo e ricostruendolo seguendo la morfologia tradizionale, questa enorme fortezza si trova immersa nelle montagne del comune di Valfabbrica, in cima ad una collina ai cui piedi scorre uno dei tanti sentieri francescani che partendo da Assisi lambiscono in lungo e in largo questa rigogliosa zona dell’Umbria. Durante l’opera di ricostruzione, che peraltro dura tutt’oggi nonostante nel frattempo la proprietà sia passata di mano, alcuni operai che lavoravano in zona portarono alla luce qualcosa di estremamente singolare, situato sotto il pavimento della piccola cappella interna alle mura: una bara contenente i resti di un uomo alto quasi due metri e mezzo, che riposava da chissà quanto tempo sepolto in questo luogo sacro. Dello scheletro sembra sia andata completamente persa ogni traccia ma noi non potevamo esimerci dal visitare la zona, tra l’altro allietata da un paesaggio di una bellezza tale da togliere letteralmente il fiato. Oggi delle antiche mura non v’è più quasi rimasto segno, tutti i passaggi segreti che ogni castello medievale che si rispetti porta in dote sono stati chiusi con il cemento e l’unica area che conserva ancora qualcosa di originale è proprio la cappella centrale, all’interno della quale abbiamo rinvenuto uno splendido dipinto a muro in pessime condizioni, due possenti colonne che, probabilmente, costituivano parte dell’altare e soprattutto un inquietante scavo nel pavimento, forse proprio il letto del “gigante” che stavamo cercando. In basso a sinistra un passaggio laterale è stato sbarrato con dei mattoni, probabilmente la porta d’accesso dell’ossario. Abbiamo individuato anche uno strano simbolo posto proprio sopra l’ingresso principale della Chiesa, in cui non siamo tuttavia riusciti a scorgere alcun richiamo religioso. E anche questo c’è parso un po’ strano. Un’altra cosa: pare che nel raggio di 4-500 metri da qui un tempo sorgesse anche un lebbrosario, ricoperto nei secoli con mucchi di terra e sassi: durante il viaggio di ritorno abbiamo individuato l’area (lungo un piccolo ruscello dalle acque limpidissime che taglia la vallata) e compiuto un sopralluogo, senza tuttavia riuscire a trovare null’altro che vaghi indizi sulla sua effettiva presenza.


LUOGO: Casa del Diavolo
DATA DI ORIGINE: incerta
DOVE: Casa del Diavolo (Pg)
MISTERO: le origini del nome del paese

In una regione come la nostra, che abbonda di santi e chiese e che ha con Assisi uno dei più importanti simboli della Cristianità, fa un certo effetto scoprire che ci sono altresì diversi luoghi dal nome che richiama il lato oscuro della religione, quello di Satana e soci: grotte del diavolo, passo del diavolo, Infernaccio, ecc.

Noi siamo andati a Casa del Diavolo, un paese al confine tra il comune di Perugia e quello di Gubbio, a cercare di scoprire il significato di un nome tanto insolito, sicuri di imbatterci in qualche affascinante leggenda utile alla nostra causa. E ciò che abbiamo scoperto conferma indiscutibilmente la bontà della nostra visita: non una ma decine sono le storie e le versioni sull’origine toponomastica di questo borgo, e quasi tutte fanno riferimento ad un unico posto: un palazzo rosso sito proprio al centro del paese, nel quale oggi sono raccolte un paio di attività commerciali e qualche abitazione privata.
Narra la leggenda che qualche secolo fa quest’area fosse quasi interamente ricoperta di boschi, eccezion fatta per alcune case sparse qua e là per la zona e una locanda, posizionata proprio dove attualmente sorge il palazzo di cui vi abbiamo accennato: qui una notte di tanto tempo fa s’intrattenne il diavolo in persona che, dopo avervi soggiornato, ritornò all’inferno aprendo una buca profondissima nel terreno, dalla quale successivamente molti abitanti giurarono di aver udito provenire voci incomprensibili e urla agghiaccianti. Un’altra versione, meno mistica della precedente, vuole che verso la fine del XVIII secolo sulla stessa posizione sorgesse un convento di frati, i cui spostamenti notturni furono notati e mal interpretati dai contadini della zona che, a causa della scarsa visibilità (ovviamente non c’era l’illuminazione pubblica di oggi), li scambiarono per demoni che vagavano inquieti. E poiché parevano provenire e dirigersi tutti nello stesso luogo, questo fu appunto chiamato “Casa del Diavolo”.
Come dicevamo, ci sono molti altri racconti che tentano di spiegare il significato del nome di questo paese, ma per ovvie ragioni di spazio non potremo riportarveli qui ora; vi basterà però sapere che i denominatori comuni sono complessivamente riassumibili nelle due storie che vi abbiamo proposto. Dopo le foto di rito, che accompagnano ogni nostra fermata, ci prepariamo ad affrontare l’ultima tappa del nostro viaggio, che termina nel cuore del comune di Gubbio.


LUOGO: Castello e Chiesa di Colmollaro
DATA DI ORIGINE: XI secolo
DOVE: strada Branca - Torre Calzolari (comune di Gubbio)
MISTERO: può capitare di udire strane voci nell’aria

Torre Calzolari non è che una delle piccole frazioni che popolano l’entroterra eugubino, un minuscolo paesino alle cui spalle svettano imperiose le cime dell’Appennino che separano la nostra regione dall’Adriatico. Raggiunto il punto stabilito dopo aver percorso una stradina che sarebbe eufemistico definire sconnessa, abbiamo parcheggiato la nostra auto ai margini di una fitta boscaglia e siamo scesi per una breve ricognizione. Nonostante la frizzante aria invernale ed un vento che graffia la faccia, ci siamo inoltrati di buona lena sul sentiero in salita che ci ha condotto ad una radura: passo dopo passo ecco apparire ai nostri occhi una piccola fortezza abbandonata, Colmollaro, che silenzioso attende gli occasionali turisti. Con la pace che c’è, d’estate qui dev’essere un paradiso. Di fronte c’è una chiesetta, anch’essa di modeste dimensioni, dove la tradizione orale vuole siano morte bruciate vive decine di suore ed in certi momenti, se si tende bene l’orecchio, si può ancora udire delle voci recitare un rosario. In effetti, inoltrandosi quassù si avverte davvero una certa atmosfera da film horror e dobbiamo ammettere che la suggestione ci ha spinto ad aggirarci con inattesa circospezione. Dopo una breve puntata lungo il perimetro della Chiesa, nella quale non siamo potuti entrare essendo chiusa a chiave (ma che abbiamo sbirciato e fotografato attraverso un vetro rotto), ci siamo avviati all’interno del castello e anche qui l’ambiente non è che ci abbia aiutato granchè a dissipare i brividi. All’angolo destro di fronte all’ingresso c’è una casa, parzialmente ristrutturata ma vuota; di fronte ad essa svetta una torre con scale interne in ferro che permettono di raggiungere la cima. Lungo tutta l’ala sinistra del fortilizio vegetano alcuni locali mal conservati (che forse un tempo erano stalle) al cui interno, oltre ad alcune botole sul pavimento parzialmente ricoperte con delle assi di legno, non c’è proprio nulla. Ma qualcosa di misterioso, però, siamo riusciti comunque a scovarlo: al piano di sopra, a cui si accede salendo una traballante scala di legno, abbiamo scorto una stanza il cui ingresso è sormontato da una trave con incisa un’ incomprensibile epigrafe che ha attirato immediatamente la nostra curiosità. All’interno del locale fa bella mostra di sé un altrettanto enigmatico pavimento a dorso d’asino. Che ci crediate o no, al termine della ricognizione qualcuno ha giurato di aver davvero udito un misterioso sussurro, per una sola frazione di secondo, a cui non è riuscito a dare una spiegazione: suggestione oppure no, vi assicuriamo che Colmollaro è davvero un luogo inquietante…