Pubblicato su "Piacere Magazine" numero marzo-aprile 2006 “In fila per due, più o meno in forma di plotone, verrebbero giù dalla scalinata. Pare che l’apparizione contenga elementi particolarmente tenebrosi, perché le figure umane mostrerebbero occhiaie vuote ed immagini scheletriche”. Stralcio tratto da un lavoro dell’indiscusso re dell’horror della letteratura mondiale Stephen King? No. Trattasi più semplicemente del resoconto di una ricerca effettuata da un gruppo di appassionati al castello di Macereto, località Tavernelle (Perugia): pare infatti che questo antico maniero, oggi nascosto all’occhio dei curiosi dalla famiglia proprietaria, sul finire degli anni ’70 sia stato al centro di numerose apparizioni spettrali, tra cui si distingueva chiaramente una soldatesca in abiti medievali scendere la scalinata principale.
Dall’atlante mondiale del soprannaturale (Derek e Julia Parker): “Apparizione = l’apparizione inspiegabile o la sensazione di sentire una persona, un animale o una cosa che non appartiene alle tre dimensioni normali o che non si conforma alla realtà così come noi la concepiamo”.
Nascosti molto spesso dalla natura che li circonda quasi a proteggerli, nella nostra regione sono sparsi qua e là decine e decine di luoghi accompagnati da strane leggende e racconti soprannaturali di fantasmi o creature aliene che saltuariamente fanno la loro comparsa sul territorio: posti misteriosi, “magici”, in cui può capitare a volte che, per suggestione o per chissà cosa, si avvertano o si creda di avvertire fenomeni che sfuggono al pensiero razionale con cui l’uomo di oggi è fatalmente abituato a convivere. Retaggi di antiche superstizioni, leggende, spiriti inquieti e miracoli divini: la millenaria storia dell’Umbria, culla della civiltà italica grazie alla presenza del popolo etrusco, può vantare un’ampia casistica in materia, dai fantasmi di Città della Pieve (ai confini con la Toscana) a quelli di Palazzo Congiunti presso Monteleone di Spoleto, passando per Assisi, Perugia, Foligno, Gubbio, Narni Orvieto e Terni. Ogni città o borgo della nostra regione ha una sua storia da raccontare, e a volte il limite tra credenza e realtà può risultare straordinariamente sottile.
E quindi, travestiti da moderni Ghostbusters armati di macchina fotografica anziché degli ingombranti zainetti di plutonio, abbiamo fatto una piccola ricerca sul territorio e ci siamo messi a caccia di leggende e di fantasmi, nella speranza di assistere almeno una volta ad un fenomeno paranormale. Se ci siamo riusciti o no, lo scoprirete soltanto leggendo le pagine che seguono. Una cosa tuttavia possiamo anticiparvela subito: spettri o no, che brividi! Lungo il nostro viaggio abbiamo incontrato di tutto, persino un presunto messaggio proveniente… da un altro pianeta. Non ci credete? Avanti allora, seguiteci…
LUOGO: Lago Aiso
DATA DI ORIGINE: Imprecisata
DOVE: dintorni di Bevagna
MISTERO: un’antica leggenda, risalente al rinascimento, racconta le particolari modalità dell’origine di questo laghetto.Percorrendo la famosa “strada del Sagrantino” si arriva ad un’anonima località del folignate, Capro, distante appena un paio di chilometri da Bevagna. Inoltrandosi lungo una stradina che conduce in aperta campagna, dove immense distese di campi fanno da cornice al suggestivo panorama di cui i nostri occhi hanno potuto godere, un cartello sulla sinistra avverte i visitatori di essere giunti a destinazione: “lago Aiso”, sito d’interesse Comunitario e per questo sottoposto a vincoli paesaggistici. Perfettamente circolare, il laghetto è circondato da una recinzione in legno di buona fattura e da alti e robusti alberi che d’estate concedono ampio riparo dagli infuocati raggi del sole. La leggenda che accompagna la nascita di questo splendido capolavoro naturale vuole che anticamente qui sorgesse l’abitazione d’un certo Chiarò, noto ai suoi concittadini per essere un uomo avaro e molto cattivo. Sfidando una tradizione consolidata nei secoli (che si tramanda ancora oggi), egli volle trebbiare il suo grano il giorno di sant’Anna e per questo fu punito dalla Provvidenza: un’improvvisa ondata di piena sommerse lui e la sua casa, che sprofondò creando quello che oggi è appunto conosciuto come lago Aiso (o Abisso). Sua moglie tentò di fuggire scappando a valle tenendo in braccio il figlioletto, ma un rivolo d’acqua li seguì sommergendo anche loro andando a formare un altro laghetto dalle identiche caratteristiche, l’Aisillo. Noi non sappiamo se il fantasma dell’empio Chiarò si aggiri ancora oggi qui attorno, ma leggenda o no l’Aiso una caratteristica assolutamente singolare ce l’ha di sicuro: il suo diametro misura appena 30 metri ma la profondità, stando al cartello di poc’anzi, è di ben 15 (e c’è chi giura che siano anche di più). Ci sarebbe voluto qualcuno che si gettasse in acqua per verificare l’attendibilità del racconto, ma purtroppo non abbiamo trovato nessuno che si sia offerto volontario: spero non ce ne vorrete, non è neanche la stagione adatta.
LUOGO: castello di Rosciano
DATA DI ORIGINE: X-XI secolo
DOVE: Torgiano
MISTERO: Numerose le leggende, tra cui spiccano la presenza di ben tre fantasmi e di un mitologico tesoro nascosto
Più che la morte poté l’amore. Se a qualcuno venisse in mente di scrivere un libro sulla lunga e appassionante storia del castello di Rosciano, questo titolo calzerebbe alla perfezione: è stato proprio l’amore dei coniugi Granocchia, gli attuali proprietari, a salvarlo da morte certa, ridotto fino a pochi anni fa ad un cumulo di macerie abbandonate. Oggi il paziente restauro è quasi completato e il risultato di tanta dedizione è senza dubbio degno di lode: l’ambientazione medievale interna e la posizione geografica isolata fanno di questo castello un luogo senza dubbio da visitare, non fosse altro che per lo splendido panorama che si gode da quassù.
Introdotti dalla proprietaria che, dopo averci accolti con tutti gli onori, ci ha raccontato la vita tra queste mura nel corso dei secoli, ci siamo aggirati affascinati tra le immense stanze completamente restaurate, all’interno delle quali pare ancora di avvertire l’eco della storia che fu; la castellana ci ha informato che alcune testimonianze hanno rivelato la presenza di ben tre fantasmi, che a volte si aggirerebbero ancora mostrandosi solo agli occhi degli ospiti da loro prescelti. C’è lo spirito del nobile Tancredo, qui vissuto nel XIII secolo e a cui viene sempre lasciato un posto a tavola e c’è quello dello “zio”, un frate benedettino che si mostra a chi va per i boschi a caccia o in cerca di funghi. Ma soprattutto c’è lo spirito della Dama della Torre, eternamente segregata nella sua stanza in attesa del ritorno del suo amato dalle Crociate in Terrasanta. Ci è stato inoltre detto che da tempo immemore decine e decine di persone, sfidando le paure per alcune misteriose apparizioni, si sono invano lungamente dedicate alla ricerca di un favoloso tesoro in oro massiccio, rappresentante un chioccia con sette pulcini. La credenza pare piuttosto dura a morire, se è vero che ancora oggi qualcuno è convinto dell’esistenza di questo mitico gioiello.
Dal canto nostro ci siamo limitati ad osservare e fotografare tutto ciò che catturava la nostra attenzione, senza rilevare nessuna presenza inquietante o fenomeno paranormale. La sorpresa però ci attendeva qualche giorno dopo, allorché osservando al computer le foto scattate ci siamo accorti di un… insolito particolare, che potrete voi stessi osservare e giudicare nell’ingrandimento che vi riproponiamo. L’immagine non è stata naturalmente ritoccata in nessun modo, e vi preghiamo di notare come la stanza sia nascosta ai raggi del sole impedendo di fatto eventuali giochi di luce. Ad ognuno di voi il suo giudizio…
LUOGO: Sant’Egidio
DATA DI ORIGINE: 2004
DOVE: Sant’Egidio (comune di Perugia)
MISTERO: cerchi nel grano
Il fenomeno che gli inglesi chiamano “crop circles” è relativamente nuovo rispetto ai tradizionali avvistamenti di extra-terrestri di cui è ricchissima la cronaca mondiale nel corso dei secoli. Le prime testimonianze a riguardo sono infatti relative alla seconda metà degli anni 60, quando sui campi di grano dell’Inghilterra apparvero misteriosi simboli che nessuno fu in grado di spiegare. Dapprima si mostrarono come semplici sfere perfettamente circolari sulle quali veniva spesso registrato un campo di energia anomalo rispetto a quello naturale; in seguito le figure disegnate assunsero caratteri sempre più complessi ed elaborati, in certi casi così perfettamente delineati che si faticava a credere potesse essere opera dell’uomo. Attualmente gli avvistamenti continuano con cadenza regolare e provengono da ogni latitudine del mondo, e nel suo piccolo anche la nostra regione ha dato in questi anni il suo onesto contributo alla causa: fenomeni del genere sono stati segnalati ad esempio nella provincia di Corciano e a San Biagio della Valle.
Noi siamo stati a Sant’Egidio, dove nel giugno del 2004 su un campo d’orzo di fronte all’aeroporto apparve un ovale lungo circa 130 metri e largo 35, all’interno del quale gli esperti intervenuti (tra cui l’ufologa romana Loredana Longo) rinvennero tratti della scrittura cuneiforme di assiri e babilonesi. Pare che questi disegni furono scoperti dagli abitanti della zona nelle prime ore del mattino, al termine di una notte agitata a causa di un violento temporale.
Oggi su quel campo non v’è naturalmente più alcuna traccia del fenomeno, di conseguenza non ci è stato possibile compiere un’analisi più approfondita. Ci limitiamo quindi a riportare il pensiero di alcuni Santegidiesi ai quali abbiamo chiesto un parere in merito alla vicenda riscontrando che, nella maggioranza dei casi, sono apparsi piuttosto inclini a qualificare l’evento come lo scherzo di qualche buontempone.
LUOGO: Castel d’Arno
DATA DI ORIGINE: IX-X secolo
DOVE: Pianello (comune di Perugia)
MISTERO: un inquietante giardino
Prima di raccontarvi della nostra incursione fra le mura di questo antichissimo maniero (pare che la collina su cui sorge fosse abitata sin dai tempi dell’antica Roma), è bene fare un salto all’indietro nel tempo e tornare ai primi anni dell’epoca rinascimentale, più esattamente all’anno 1586. E’ in questa data infatti che tal Francesco Alfani, rampollo di nobile stirpe espulso dalla città di Perugia a causa dei numerosi delitti commessi, decise di stabilirsi nel palazzo di Castel d’Arno, considerando ideale la sua posizione geografica per eventuali fughe verso zone non controllate dal comune perugino. Qui egli ebbe modo di compiere, assieme ai suoi loschi compagni, ogni genere di angheria e sciacallaggio possibili, tanto che sono numerosissime le leggende che la tradizione orale pianellese si tramanda da secoli sulle “imprese” di questi banditi. E ne fecero davvero di cotte e di crude, se è vero che al solo Francesco furono in seguito attribuiti oltre 70 omicidi, tralasciando stupri, rapine e cose di questo genere. In particolare, si ritiene ch’egli abbia seppellito ancora vivi decine di poveri malcapitati all’interno dell’ampio giardino di sua proprietà, sito proprio a fianco del palazzo in cui risiedeva. Un vecchio racconto popolare, oggi quasi dimenticato, narra che nei secoli successivi a questi macabri fatti furono in molte le persone che asserirono di aver udito provenire dal parco strane voci che disperatamente imploravano aiuto.
Con una simile premessa una visita quassù non potevamo non farla, sfidando tra l’altro la ripida salita che conduce al castello (345 metri s.l.m.), ma in verità non abbiamo udito nessun’altra voce all’infuori di quella dei muratori che lavoravano a poca distanza da noi; d’altra parte, se la leggenda è praticamente caduta in disuso, significa che da tempo nessuno registra più nulla di “anomalo” da queste parti. Ci ha fatto tuttavia un certo effetto l’idea che sotto i nostri piedi giacessero ancora i resti degli uomini e delle donne qui sepolti, le cui mani e le cui unghie sono probabilmente ancora sporche della terra che invano speravano di poter scavare. Persone decedute dopo una lenta ed atroce agonia, a cui la morte non ha concesso neanche l’onore della memoria. E forse è soprattutto questo ciò che lamentavano i loro spiriti.
LUOGO: Castello di Badia
DATA DI ORIGINE: Imprecisata
DOVE: Valfabbrica
MISTERO: strani ritrovamenti
Più noto come castello di Saba, dal nome dell’imprenditore che 30-40 anni fa acquistò il terreno su cui sorgeva un antichissimo castello ormai in rovina radendolo al suolo e ricostruendolo seguendo la morfologia tradizionale, questa enorme fortezza si trova immersa nelle montagne del comune di Valfabbrica, in cima ad una collina ai cui piedi scorre uno dei tanti sentieri francescani che partendo da Assisi lambiscono in lungo e in largo questa rigogliosa zona dell’Umbria. Durante l’opera di ricostruzione, che peraltro dura tutt’oggi nonostante nel frattempo la proprietà sia passata di mano, alcuni operai che lavoravano in zona portarono alla luce qualcosa di estremamente singolare, situato sotto il pavimento della piccola cappella interna alle mura: una bara contenente i resti di un uomo alto quasi due metri e mezzo, che riposava da chissà quanto tempo sepolto in questo luogo sacro. Dello scheletro sembra sia andata completamente persa ogni traccia ma noi non potevamo esimerci dal visitare la zona, tra l’altro allietata da un paesaggio di una bellezza tale da togliere letteralmente il fiato. Oggi delle antiche mura non v’è più quasi rimasto segno, tutti i passaggi segreti che ogni castello medievale che si rispetti porta in dote sono stati chiusi con il cemento e l’unica area che conserva ancora qualcosa di originale è proprio la cappella centrale, all’interno della quale abbiamo rinvenuto uno splendido dipinto a muro in pessime condizioni, due possenti colonne che, probabilmente, costituivano parte dell’altare e soprattutto un inquietante scavo nel pavimento, forse proprio il letto del “gigante” che stavamo cercando. In basso a sinistra un passaggio laterale è stato sbarrato con dei mattoni, probabilmente la porta d’accesso dell’ossario. Abbiamo individuato anche uno strano simbolo posto proprio sopra l’ingresso principale della Chiesa, in cui non siamo tuttavia riusciti a scorgere alcun richiamo religioso. E anche questo c’è parso un po’ strano. Un’altra cosa: pare che nel raggio di 4-500 metri da qui un tempo sorgesse anche un lebbrosario, ricoperto nei secoli con mucchi di terra e sassi: durante il viaggio di ritorno abbiamo individuato l’area (lungo un piccolo ruscello dalle acque limpidissime che taglia la vallata) e compiuto un sopralluogo, senza tuttavia riuscire a trovare null’altro che vaghi indizi sulla sua effettiva presenza.
LUOGO: Casa del Diavolo
DATA DI ORIGINE: incerta
DOVE: Casa del Diavolo (Pg)
MISTERO: le origini del nome del paese
In una regione come la nostra, che abbonda di santi e chiese e che ha con Assisi uno dei più importanti simboli della Cristianità, fa un certo effetto scoprire che ci sono altresì diversi luoghi dal nome che richiama il lato oscuro della religione, quello di Satana e soci: grotte del diavolo, passo del diavolo, Infernaccio, ecc.
Noi siamo andati a Casa del Diavolo, un paese al confine tra il comune di Perugia e quello di Gubbio, a cercare di scoprire il significato di un nome tanto insolito, sicuri di imbatterci in qualche affascinante leggenda utile alla nostra causa. E ciò che abbiamo scoperto conferma indiscutibilmente la bontà della nostra visita: non una ma decine sono le storie e le versioni sull’origine toponomastica di questo borgo, e quasi tutte fanno riferimento ad un unico posto: un palazzo rosso sito proprio al centro del paese, nel quale oggi sono raccolte un paio di attività commerciali e qualche abitazione privata.
Narra la leggenda che qualche secolo fa quest’area fosse quasi interamente ricoperta di boschi, eccezion fatta per alcune case sparse qua e là per la zona e una locanda, posizionata proprio dove attualmente sorge il palazzo di cui vi abbiamo accennato: qui una notte di tanto tempo fa s’intrattenne il diavolo in persona che, dopo avervi soggiornato, ritornò all’inferno aprendo una buca profondissima nel terreno, dalla quale successivamente molti abitanti giurarono di aver udito provenire voci incomprensibili e urla agghiaccianti. Un’altra versione, meno mistica della precedente, vuole che verso la fine del XVIII secolo sulla stessa posizione sorgesse un convento di frati, i cui spostamenti notturni furono notati e mal interpretati dai contadini della zona che, a causa della scarsa visibilità (ovviamente non c’era l’illuminazione pubblica di oggi), li scambiarono per demoni che vagavano inquieti. E poiché parevano provenire e dirigersi tutti nello stesso luogo, questo fu appunto chiamato “Casa del Diavolo”.
Come dicevamo, ci sono molti altri racconti che tentano di spiegare il significato del nome di questo paese, ma per ovvie ragioni di spazio non potremo riportarveli qui ora; vi basterà però sapere che i denominatori comuni sono complessivamente riassumibili nelle due storie che vi abbiamo proposto. Dopo le foto di rito, che accompagnano ogni nostra fermata, ci prepariamo ad affrontare l’ultima tappa del nostro viaggio, che termina nel cuore del comune di Gubbio.
LUOGO: Castello e Chiesa di Colmollaro
DATA DI ORIGINE: XI secolo
DOVE: strada Branca - Torre Calzolari (comune di Gubbio)
MISTERO: può capitare di udire strane voci nell’aria
Torre Calzolari non è che una delle piccole frazioni che popolano l’entroterra eugubino, un minuscolo paesino alle cui spalle svettano imperiose le cime dell’Appennino che separano la nostra regione dall’Adriatico. Raggiunto il punto stabilito dopo aver percorso una stradina che sarebbe eufemistico definire sconnessa, abbiamo parcheggiato la nostra auto ai margini di una fitta boscaglia e siamo scesi per una breve ricognizione. Nonostante la frizzante aria invernale ed un vento che graffia la faccia, ci siamo inoltrati di buona lena sul sentiero in salita che ci ha condotto ad una radura: passo dopo passo ecco apparire ai nostri occhi una piccola fortezza abbandonata, Colmollaro, che silenzioso attende gli occasionali turisti. Con la pace che c’è, d’estate qui dev’essere un paradiso. Di fronte c’è una chiesetta, anch’essa di modeste dimensioni, dove la tradizione orale vuole siano morte bruciate vive decine di suore ed in certi momenti, se si tende bene l’orecchio, si può ancora udire delle voci recitare un rosario. In effetti, inoltrandosi quassù si avverte davvero una certa atmosfera da film horror e dobbiamo ammettere che la suggestione ci ha spinto ad aggirarci con inattesa circospezione. Dopo una breve puntata lungo il perimetro della Chiesa, nella quale non siamo potuti entrare essendo chiusa a chiave (ma che abbiamo sbirciato e fotografato attraverso un vetro rotto), ci siamo avviati all’interno del castello e anche qui l’ambiente non è che ci abbia aiutato granchè a dissipare i brividi. All’angolo destro di fronte all’ingresso c’è una casa, parzialmente ristrutturata ma vuota; di fronte ad essa svetta una torre con scale interne in ferro che permettono di raggiungere la cima. Lungo tutta l’ala sinistra del fortilizio vegetano alcuni locali mal conservati (che forse un tempo erano stalle) al cui interno, oltre ad alcune botole sul pavimento parzialmente ricoperte con delle assi di legno, non c’è proprio nulla. Ma qualcosa di misterioso, però, siamo riusciti comunque a scovarlo: al piano di sopra, a cui si accede salendo una traballante scala di legno, abbiamo scorto una stanza il cui ingresso è sormontato da una trave con incisa un’ incomprensibile epigrafe che ha attirato immediatamente la nostra curiosità. All’interno del locale fa bella mostra di sé un altrettanto enigmatico pavimento a dorso d’asino. Che ci crediate o no, al termine della ricognizione qualcuno ha giurato di aver davvero udito un misterioso sussurro, per una sola frazione di secondo, a cui non è riuscito a dare una spiegazione: suggestione oppure no, vi assicuriamo che Colmollaro è davvero un luogo inquietante…